martedì 10 ottobre 2017

JURA, LA MONTAGNA INCANTATA




Consueta sera di approfondimento organizzata da Fisar Firenze e curata dai due bravi relatori Anna Paola Coppi e Leonardo Finetti.

Come spesso capita una vacanza diventa poi oggetto di studio legato alla passione e alla pura curiosità che ogni sommelier che si rispetti porta innata con se e poi sfocia in un interessante approfondimento durante queste serate.

Questa poi è una di quelle regioni vitivinicole piccole, al fianco della Borgogna, sopra alla Savoia e sotto all’ Alsazia che si studiano quasi esclusivamente in relazioni ai suoi vini speciali, il Vin Jaune, una specie di sherry non fortificato, il Vin de Paille, un passito con note estreme ossidative e il MacVin, il classico Vino Dolce Naturale, assimilabile alle tante mistelle (mosti fortificati) che vanno così di moda in Francia.

Questo territorio ha rischiato di scomparire a seguito della fillossera dei primi del novecento ma si è ripreso come sempre succede grazie ad una grande azienda, Henri Maire, (parlo di volumi prodotti) che ha fatto da traino e da rilancio a tanti piccoli coltivatori che dopo aver studiato nella vicina Beaune stanno portando innovazione in questa zona.

Clima, terreni, AOC, ….

Clima continentale-alpino con forti escursioni termiche, estati piovose e rischi frequenti di gelate che mettono a dura prova chi produce vino.
Una striscia di terra di soli 80Km che si allunga da Nord verso Sud-Ovest parallelamente alla Borgogna. Terreni antichi dove sono frequenti zone calcaree, marnose, e dovesi sono formate le classiche Reculee, canaloni chiusi e profondi dove si sviluppa la coltura della vite sui bordi scoscesi con esposizioni verso sud.
Tradizioni legate a doppio nodo alla produzione di vini ossidativi, conosciuti da secoli perché di facile conservazione e trasporto.
7 AOC di cui 3 regionali, Cotes du Jura e Cremant du Jura e MAcVin du Jura, 2 nella zona di Arbois, 1 a L’Etoile e la famosissima Chateau Chalon.

Vini e vitigni

5 vitigni, Chardonnay, Savagnin, Poulsanrd, Trousseau e Pinot Noir
I vini bianchi hanno la maggioranza della produzione e si dividono fondamentalmente in 2 stili, ossidativi e non ossidativi.
I primi si possono riconosce dall’etichetta dove potrebbe comparire la dicitura Sous Voile e si dividono a loro volta in Vin Jaune, Cuvee Tradition (chardonnay e savagnin) e Typè (chardonnay e savagnin.
I secondi invece potrebbero riportare in etichetta l’indicazione Ouillé e suddividersi ulteriormente in Floral (chardonnay) e Naturé (savagnin) 

Le realtà produttive sono le più variegate, tutti producono di tutto, ma due sono le tipologie che caratterizzano e danno valore da sempre alla zona :

Vin Jaune
Solo Savagnin, vendemmie tardive per cercare di dare il più alto grado zuccherino possibile e di conseguenza alcol (sono vini secchi). Vinificazioni tradizionali fino al completamento della malolattica. Travasi dopo circa sei mesi dalle Piece borgognone a botti grandi, scolme, dove affinerà 60 mesi sotto un velo di lietivi, la Voile, per sviluppare il classico gusto “gout de jaune” sempre condizionato dalla forza presenza di acetaldeidi che si sviluppano nel vino. Anche la bottiglia è particolare, il Clavelin, da 62,5cl.

Vin de Paille
Tutte le uve sono consentite con esclusione del Pinot Noir per realizzare questo passito per tanti versi assimilabile ai nostri Vin Santo. Le uve vengono appassite su paglia (ma non solo) da cui il nome, in cassette o appese, in locali ventilati ma non riscaldati. Alto contenuto zuccherino da 320 a 420 g/l e buon tenore alcolico, non inferiore ai 14%. Almeno 18 mesi di affinamento in legno prima del commercio.

Il vitigno :Savagnin !
Conosciuto anche col nome Naturé è il vitigno principe del Jura ed è notò quasi esclusivamente per la produzione del Vin Jaune. E’ un uva a maturazione tardiva con buccia molto spessa e una notevole acidà, probabile precursore di molte varietà europee. Ha una caratteristica che lo rende assolutamente riconoscibile, la capacità di sviluppare nel suo lungo affinamento uno spiccato e caratteristico aroma di Curry


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VINI IN DEGUSTAZIONE

Domaine Pignier - Crémant du Jura Brut
100% chardonnay, perlage finissimo che accarezza la bocca, note leggere ed eleganti di fiori e pesche, buona freschezza e acuta mineralità nel finale del sorso.

Les Bottes Rouges - Arbois Léon 2015
Ancora chardonnay, grasso, borgognone per stile, mele e pompelmo maturi, confettura di limoni, pepe bianco e noce moscata, freschezza esplosiva e mineralità pirica.

Domaine de La Renardière - Arbois-Pupillin Ploussard 2015
Un rosso. Vitigno autoctono, il Ploussard. Nel calice sembra un rosato invecchiato tanto sono spiccate le venature arancio sopra un colore simile ad alcune realizzazioni fatte con Schiava. Un vino dal naso timido ma dal sorso esplosivo di zolfo e polvere pirica che si mischiano ad un gusto lampone delle caramelle Rossana di quando ero piccolo.

Domaine André et Mireille Tissot - Arbois Sélection 1993
Iniziamo a diventare molto tipici con questo “quasi” vin Jaune di ben 24 anni. Dico quasi perché se il processo segue quello tradizionale, i tempi di affinamento sono però molto più brevi per cercare di limitare la parte ossidativa Sous Voile. Il colore vira verso l’oro e i profumi sono quelli tipici, un po di volatile compresa. Frutta secca, frutta disidratata, spezie orientaleggianti e nel finale un vegetale che nel bicchiere assomiglia spiccatamente al sedano, si proprio al sedano, e ho insistito più volte perché incredulo. Un solo appunto per questo vino che entra bene in bocca, inizia a distendersi…e muore. Manca di persistenza a dispetto dalla complessa intensità aromatica e ancora una volta della grandissima freschezza e mineralità.

Domaine de Montbourgeau - L'Etoile Vin Jaune 2009
Ci siamo quasi e le stelle brillano. Ancora un piccolo spunto, Noci, gherigli e mallo, vaniglia e curry, note leggermente boisé. Speziature infinite e legni profumati, tra il dolce e l’acre. Tagliente come un rasoio e nacora una volta un vino contratto che non riesce a distendersi ampio in bocca. Punta dritto alla fine senza via di scampo.

Domaine Berthet-Bondet - Château-Chalon 2009
Le Roy, facile a dirsi ma non scontato. Questa volta il vino è ricco e persistente. Si spazia tra gli aromi consueti per arrivare fino ad accenni di idrocarburi, di cera e a note più dure per il palato, quasi metalliche. Il tutto però in un incredibile armonia. L’eleganza di tanti eccessi ben incastonati uno accanto all’altro.

L’invito alla serata recitava “+ 1 vino a sorpresa!”

Bugey-Cerdon Méthode Ancestrale Récolte Cécile Philippe Balivet
Servito con le bottiglie coperte si svela rosato e con un perlage intenso e finissimo ma non aggressivo. Al primo sorso non può essere che un ancestrale. Fragoline e melograno si sprigionano dal bicchiere. Se non fossimo in Francia verrebbe da pensare ad un Brachetto, ma non lo è. Il dosaggio per il mio palato è alto ma questo è solo questione del mio gusto personale. La foto vi racconterà tutto ma iniziate ad immaginarvi un Gamay (quello del beaujolais nouveau per capirsi) vinificato insieme a un 10% di Poulsard come un Moscato d’Asti a tappo raso ad avrete il vostro vino misterioso.

Applausi
Una bella serata in compagnia di tanti amici per un interessantissimo approfondimento su una zona assolutamente caratteristica e riconoscibile ma difficile da incontrare sul percorso quotidiano.



lunedì 25 settembre 2017

Retrospettiva 1997 e 2007 – Panzano si misura con il tempo


15 settembre 2017, in concomitanza con Vino al Vino, consueta manifestazione annuale a Panzano, l’unione dei viticoltori locali ha organizzato, presso i locali della Limonaia, una fantastica retrospettiva da due annate superlative, la 1997 e la 2007 per indagare come in annate calde, di qualità eccezionale, il risultato che si ottiene possa mantenere nel tempo le sue ottime caratteristiche, dopo 10 anni e dopo 20 anni.

Partecipano 14 aziende con 23 vini, non tutti Chianti Classico, non tutti Sangiovese, ma sicuramente tutti vini testimoni di quel territorio fantastico che è la Conca d’Oro di Panzano.


Questa zona sta dimostrando una consolidata,  forte propensione al biologico potendosi oramai sicuramente caratterizzare come biodistretto.

Un eco diffuso tra i tanti produttori che conduce alla voglia di distinguersi, di poter andare avanti con zonazioni o comunque di assumere una forte identità distintiva difficile da realizzare all'interno di un consorzio.

Due sono le grandi annate presenti per la maggior parte delle aziende partecipani.

1997 caratterizzata da uve eccezionalmente sane, di grande concentrazione zuccherina e ricchezza polifenolica. Quantità più scarse del normale ma di alta qualità. Tante analogie con l’annata appena raccolta

2007 ancora una volta si distinse per grappoli sani, alte gradazioni, notevole concentrazione polifenolica, un annata definita memorabile.

Due annate con tutte, ma proprio tutte le carte in regola per sostenere abilmente lunghi affinamenti.

Tra i vari assaggi si denotano linee comuni e ben riconoscibili del Sangiovese e delle caratterische pedoclimatiche di appartenenza. L’annata più vecchia spesso riporta a vini “polverosi”, con caratteristiche note ematiche, rugginose, profumi di tostature che avanzano sul frutto tipico. Nella maggior parte tenute eccezionali o al limite solo primi accenni di calo dovuto all’età. 

La 2007 con i suoi "solo" 10 anni dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, quanta sia la potenza dei vini di questa zona ricchi di materia, con spiccate acidità, con tannini importanti e alcol, tutto quello che serve ad un vino per invecchiare in buona salute.

Potenti ma con un nerbo acido che continua a sostenerli egregiamente finanche ai 20 anni raggiunti.

Solo una nota sulle tre aziende che più mi hanno colpito e sui loro vini.

Le Cinciole

Chianti classico Riserva Petresco 1997 : prima annata di produzione di questo vino che in seguito diventerà un vero e proprio Cru dell’azienda. Da sempre affinato in Tonneau per scelta nei confronti della classica botte grande toscana o delle barrique. Il vino è in forma smagliante, brillante e tipico nel colore, fresco e con ancora un grande frutto nel bicchiere che ben ha integrato elegantissime note evolutive di spezie e tostature di caffè.

Chianti Classico Riserva Petresco 2007 : un vino ancora giovane che porta con se la parte nera dei frutti e interessanti note balsamiche. Riconoscibile precursore di quello trovato nel suo fratello maggiore.

Fontodi

Flaccianello della Pieve IGT 1997 : I tannini che caratterizzano questo vino da giovane si sono solamente smorzati, ammorbiditi e adesso danno elegantemente mostra di se. Il frutto tipico si accompagna ancora vivo a note floreali  tipiche della viola e dei pot-pourri in un sorso ricco di pepe, tabacco ed erbe officinali.

Flaccianello della Pieve IGT 2007 : Il fratellino è integro e potente, esuberante. Scalcia ancora nel bicchiere come un vero Sangiovese di qualità, gustoso e ricco, sulla strada che lo porterà ancora molto, molto avanti nel tempo. Dategli un piatto succulento e vi porterà con se in paradiso.

Castello di Rampolla

SAMMARCO IGT 1997 : un vino che identifica l’azienda anche se questa volta non si parla di Sangiovese. 90% Cabernet sauvignon con 20 anni sulle spalle, da far invidia ai grandi Francesi. Eleganti speziature, tannini setosi, note vegetali del sottobosco profumato e ancora tanta, tanta freschezza. Non amo molto questo vitigno ma quando evolve in questo modo non resta che inchinarsi…..chapeau !

SAMMARCO IGT 2007 : un po meno Cabernet con l’aggiunta di Merlot e del sangiovese. Ancora in grandissimo spolvero, bordolese nei tratti, trabocca di frutta nera in confettura, di more e mirtilli, di pepe piccante, di alloro e liquirizia. Il tannino è quello arrogante dell’uva, a tratti aggressivo tende a prendere il sopravvento. Si capisce perfettamente cosa il tempo sia in grado di fare su questo vino e quanto ne serva per innalzare la sua grande godibilità.


Un plauso va comunque a tutti e 14 i presenti e ai loro grandi vini che in ottime annate riescono a sfidare il tempo in maniera egregia. 
Probabilmente la 2017 assomiglierà per qualità delle uve a queste 2 annate sentite e quindi non rimane che attendere i prossimi 20 anni per la doverosa verifica, certi di quello che sarà il risultato.

giovedì 29 giugno 2017

Maremma biodinamica : La Busattina

Gita di Giugno con amici a San Martino sul Fiora (GR), località La Busattina, da cui prende il nome l'azienda di Elisabetta ed Emilio, amici di Paolo che ci accompagna.


La giornata è calda e rispecchia perfettamente il caldo di una stagione fin qui arida a tal punto da mettere a serio rischio le culture. L'azienda è immersa nella pace di un  verde boschivo a circa 500mt sul livello del mare da cui si domina perfettamente la costa toscana fino a vedere il promontorio dell'Argentario e in lontananza l'isola del Giglio. Un colle baciato dal sole e rinfrescato da brezze marine che qui non mancano mai.

Si parte con Emilio per visitare il vigneto sotto casa, parte storica degli appezzamenti, per poi proseguire su una parcella poco più sotto.
Poco meno di 5 ettari vitati  in totale, immersi nei boschi di quercia che proteggono naturalmente con le proprie biodiversità i vigneti da parassiti. Terreni poveri di sabbie rossastre e pietra arenaria che affiora ovunque.


Rese bassissime, 40 quintali per ettaro circa cotivate in regime biodinamico, certificato Demeter, dal 1998. Classici preparati 500 e 501, e il minimo indispensabile di rame e zolfo per proteggersi dai funghi solo in caso di necessità. Sovescio d'obbligo in vigna. Quest'anno praticamente quasi non hanno trattato visto il clima con cui sono costretti a lottare.

Poco più di 12000 bottiglie totali, di rossi, sangiovese e ciliegiolo, entrambi vinificati in purezza e di un bianco, il San Martino, prodotto dalle classiche uve della zona. Qui regnavano gli uvaggi del bianco di Pitigliano, Procanico (il trebbiano della costa), Malvasia Toscana e Ansonica. Chi produceva uve le vendeva normalmente alla cantina sociale.
La scelta forzata, ma oggi irrinunciabile, di non usare denominazioni ma solo i classici IGT dopo essersi scontrati più volte con la “scarsa corrispondenza ai “sentori tipici” dei disciplinari. La storia di tanti che si ripete. Emilio ed Elisabetta sono due persone semplice ma armate di grande determinazione, orgogliose a ragione del loro lavoro e della loro filosofia.

“Nessuno di noi è sommelier ma da 20 anni assaggiamo i vini di tutto il mondo” così esordisce Elisabetta a sottolineare la capacità culturale di intendere il vino.
“Noi il vino lo facciamo e prima che piaccia agli altri deve piacere a noi. E' una questione di gusto, una questione di lavoro, è il modo in cui si percepisce la vita.
E come dargli torto...e non nego che un po mi fanno davvero invidia.
“ ….i nostri vigneti non sono schiere di soldatini tutti precisi e ordinati....”


Il loro vino ha molto da dire e l'orgoglio di non usare un enologo, ma solo la loro esperienza, è alle stelle. Tutta farina del proprio sacco dal primo sasso della vigna all'ultima capsula che viene messa sulla bottiglia.
Non è vanagloria ma la splendida consapevolezza di percorrere un metodo di vita che porta ad un risultato di grande valore a dispetto delle piccole dimensioni e dei sacrifici quotidiani.

Ciliegina sulla torta saranno le ottime pietanze che Elisabetta ha preparato per accompagnare la degustazione dei vini tra sorsi e racconti.

Si parte come di regola dal bianco, San Martino 2015, un vino di buona corpo, fresco e profumato. Stupefacentemente sapido, dono del terreno e delle brezze che accarezzano le uve. Fermentazioni spontanee, senza alcun inoculo, come tutti i loro vini, senza tini refrigerati ma giusto un po di acqua corrente all'occorrenza per raffreddarli. Un vino che riposa “sur lie” fino all'imbottigliamento. Le ginestre di questi colli, gli agrumi maturi e un tocco di timo citrino regalano una beva semplice ma infinitamente golosa.


E arriva la sorpresa, Emilio toglie dal frigo l'annata 2013 dello stesso vino. 5 giorni di macerazione per fare un esperimento. Oro fuso nel bicchiere, ginestre e salsedine, macchia mediterranea e pietre sbriciolate tra i denti e sulle labbra, nespole mature e iodio. Gli aromi tipici dei lieviti e la piccantezza del pepe bianco. Speriamo che l'esperimento abbia un seguito perchè ne vale davvero la pena.


Arrivano i rossi, magnum di sangiovese, “Legnotorto 2009”. Colore tipico da Sangiovese di classe. Profumi inebrianti di rose secche, ciliegia e pepe nero. Abbondanti note balsamiche della macchia mediterranea. Bocca ampia e profonda. Diverso dai Sangiovese della costa, si presenta molto più “Classico” nella sua realizzazione, pulito ed elegante. Gli anni gli hanno fatto bene e soprattutto non si è fatto tentare dalla sapidità di altre denominazioni costiere.

Più avanti sentiremo anche la 2012 che mantiene eleganza e ricchezza olfattiva ma la maturità della 2009 era sorprendente e sono sicuro che qualche anno in più farà miracoli su questa realizzazione più “giovane”

Arriva l'orgoglio di casa, magnum di Ciliegiolo 2008. L'uva dei tagli diventa la regina del calice. Un vitigno che parte dalla Liguria, si sposta i Maremma per arrivare in Umbria dove lo stanno molto promuovendo. Quando Emilio ne parla i suoi occhi brillano. Un vino intenso, non filtrato, leggermente velato, a tratti cupo nelle sfumature ma brillante di vita. Un vino che deve respirare. Il primo sorso è un po avaro ma pian piano si abbandona nel bicchiere sprigionando un fruttato intenso coerente col nome che porta. Non è un vino muscoloso ma la sua grazia è pari solo alla piacevolezza della beva e per certi versi si accomuna agli aspetti che si ritrovano in altri uvaggi rossi della Liguria o del sud della Francia.


La giornata scorre vie e gli assaggi si ripetono golosi dando fondo alle bottiglie che Emilio ed Elisabetta hanno aperto per noi. Il pomeriggio è ancora lungo ma la brezza intensa che sale dal mare oltre a darci sollievo ci rende partecipe di quanto la natura possa essere sana e salubre nelle sue esternazioni.

Un bel ricordo di una giornata di vino, cultura, territorio e tanti racconti che valgono più di mille pagine pubblicitarie. Belle caprette Girgentane ci salutano dal loro recinto, nuova passione di Emilio, che si augura di riuscire a tornare ad allevare oltre a queste anche i maiali di cinta che al momento aveva cessato. E noi gli auguriamo di riuscire a fare con gli animali la stessa cosa che è riuscito a fare col vino.

Grazie della passione che avete condiviso con noi.

martedì 25 aprile 2017

Supereroici liguri : Possa



Viticultura supereroica

Valentina ci aveva parlato di questa cantina e di una visita fantastica, coinvolgente, di ottimi vini, salati all’inverosimile ma impossibili da abbandonare nel calice. Approfittiamo del weekend lungo del 25 Aprile per fare un giro alle Cinque Terre, prenotiamo un monolocale a Levanto, e fissiamo con SAMUELE - HEYDI BONANINI una visita alla sua azienda. Gentilissimo e disponibile fin da subito, sarebbe stato praticamente impossibile da localizzare, ma siamo d’accordo che arriveremo in treno a Riomaggiore per le 9.30 circa e lui puntualissimo sarà li ad aspettarci in cima al paese, davanti all’ufficio del turismo. Non c’è stato neppure bisogno di richiamarsi e come per un sesto senso ci ha identificato subito, e non eravamo soli davanti a quell’ufficio.



Incontro alla natura

Il percorso in auto è breve e arriviamo su un tornante subito sopra al paese dove apparentemente non c’è niente. Una catena che chiude l’accesso a pochi metri quadri di parcheggio tra la macchia mediterranea, giusto un rifugio per lasciare l’auto, attraversiamo il tornante verso al nulla dove una volta raggiunto il lato opposto della strada si apre un panorama unico a strapiombo sul mare, ricco di macchie gialle e viola dei tanti cespugli.
Iniziamo a scendere a picco su alti scalini e si mostrano a noi i muretti a secco che ospitano ciascuno un filare di vigna, ogni metro quadro ospita 2 piante circa che si inerpicano tra loro a cercare la vita, il sole, la luce contro un baratro alto e profondo che scende chissà come al mare. Capre e stambecchi potrebbero lavorare la terra qui e oltre a loro solo Samuele che qui ci è nato e ancora oggi vive e lavora quella terra dal colore scuro, fatta di pietrisco di arenaria. Questa è la sua casa e si vede dal volto, dalla gioia che esprime per ogni parola, per ogni racconto a cui non si sottrae, per il piacere di rispondere a ogni domanda.



Triple “A”

Triple “A” non per moda ma per natura, perché questa è la sua vita. Perché solo uno che qui ci è cresciuto comprende cosa vuol dire lavorare quella terra sicuramente ostile. Cosa significa scendere e salire quelle balze con pochi aiuti per portare le pietre che servono a manutenere i muretti a secco che sostengono da sempre queste povere coltivazioni. E allo stesso modo orgoglioso di far crescere suo figlio negli stessi luoghi e con le stesse passioni, con la stessa vitalità. Lotta ragionata, culture biologiche ma senza certificazioni troppi registri inutili da gestire. Troppi costi che non aggiungono niente alla qualità che insegue.
Per lui le uve sono Bosco e Albarola. Il Vermentino non fa parte della sua natura, troppo facile, troppo ruffiano, poco espressivo. Per lui il vino è Sciacchetrà, solo quello vorrebbe produrre, ma poi uno deve pur vivere a dispetto delle mille complicazioni della burocrazia e allora si produce anche Cinque Terre, il suo Cinqueterre senza Vermentino e sperimenta e maledice i disciplinari vaghi, soggetti a valutazioni soggettive quando si parla di profumo: intenso, netto, fine, persistente; sapore: secco, gradevole, sapido, caratteristico; con cui a volte si deve lottare perché i vini non vengano esclusi dalla denominazione.



Lavorare la terra

Tutte le operazioni in vigna sono biologiche, la terra viene ancora zappata a mano, zolla dopo zolla. E come potrebbe essere altrimenti. Concimi naturali, rame e zolfo per i trattamenti. Vendemmia in piccole cassette scolme per evitare che gli acini si danneggino, sgranatura manuale dei grappoli con selezione maniacale della qualità delle uve.



Il lavoro in cantina

E poi la cantina…due cantine. Una all’inizio del paese per i vini secchi e una storica, all’interno del paese, in una strada dove neppure una biciletta riuscirebbe a passare, destinata allo Sciacchetrà.
Vinificazioni spesso accompagnate da brevi macerazioni, 4/5 giorni, fermentazioni naturali, affinamenti in legni particolari spesso usati per l’aceto non per il vino, di ciliegio, castagno, pero, acacia e rovere e adesso anche in vari contenitori di terracotta di diverse misure e materiali. Solo terracotta, niente smalti o vetro, altrimenti sarebbe come farlo in inox.
La ricetta dei bianchi è semplice, Bosco = Freschezza, mineralità e sapidità, Albarola per la morbidezza. Fine.
Basse rese, queste uve non sono Vermentino. Difficile trovare persone in gamba disposte a sacrificarsi in vigna, quasi mai italiani. Qui tutto è essenziale, manuale, faticoso e doloroso. Lavoro di altri tempi.
Negli anni ha cambiato il modo di coltivare. All’inizio erano tutte vendemmie tardive per cercare di ottenere zuccheri e morbidezza, oggi le vendemmi sono quelle tradizionali e il vino che ne esce taglia la bocca, sapido e acuminato, indifferentemente che sia bianco o rosso o che sia Sciacchetrà.



Sogni e realtà

Il suo sogno è tornare a fare la vendemmia con le barche, come si vede in antichi filmati dell’Istituto Luce che ci mostra orgoglio di aver recuperato presso gli archivi della RAI a caro prezzo. A portare via i grappoli con le ceste di legno e non di plastica come nella tradizione. Ma prima bisogna riuscire ad arrivare al mare e ancora mancano delle terrazze per scendere. Mancano dei muretti, dei filari.  Ancora serve della lotta per strappare terreno alla natura impervia di queste coste.
Il diserbo in origine era fatto chimicamente dai vecchi, ma poi la consapevolezza della morte dei terreni ha portato Samuele ad usare la zappa per girare le zolle e con loro l’erba che ci cresce.
I racconti percorrono la vita sua, della sua famiglia di origine, della sua famiglia attuale. Del figlio a cui costruisce armi di legno per farlo divertire o lo lascia libero di andare a cercare uova di tutti i colori dalle galline che tiene in vigna. Uova blu, uova nere, uova maculate. Racconti della fatica dello spostare pietre e zappare, del mantenere sano il binario dove scorre il trenino, unico sussidi per i trattamenti e per spostare le cassette con l’uva durante la vendemmia. Dei costi alti necessari per qualunque cosa serva giù per queste balze.

I numeri

Due ettari e mezzo su tre zona, divisi in micro appezzamenti dove al massimo corrono 2 o 3 filari.
Diecimila bottiglie in tutto, di cui un migliaio tra Sciacchetrà e uno strabiliante passito da uve rosse Cannaiolo e Bonamico. A breve arriverà un rosato su cui sta facendo prove, nato per caso dopo una grandinata che aveva distrutto buona parte del Cannaiolo prima dell’ultima vendemmi, con l’aggiunta del moscato nero di cui ha giusto un paio di filari coltivati per il piacere del nonno che la utilizzava come uva da tavola.
Sedici le tipologie diverse di uva presenti su queste terrazze.
Il paesaggio che fa da cornice ai racconti è un puzzle di piante aromatiche, di timo, di rosmarino, di salvia, di fichi d’india, di capperi. Un solo ulivo, antico, spicca tra le vigne. La pergola era la forma di allevamento di una volta ma pian piano è stata sostituita dai filari, più facili da lavorare. Ma ancora una resiste per volere di Samuele. Antica e simbolo della tradizione.




Storia e tradizioni

Lo sguardo ci viene guidato verso ogni anfratto e ognuno contiene un rudere o una storia, La vita intera del vignaiolo che ci guida, un vero vigneron ! Racconti di appezzamenti da lavorare ma impossibili da acquistare perché di proprietà fino a sessanta persone per mille metri. L’importanza del lavoro fatto dai vecchi che qui riuscirono a portare l’acqua. Un sistema che ancora oggi viene usato con irrigamenti di soccorso su un terreno che non trattiene neppure una goccia di rugiada. L’irrigazione che serve per coltivare anche melanzane e zucchine o pomodori che diversamente non crescerebbero mai su questi terreni.

Il frutto del lavoro

Sono volate quasi due ore e mezzo in un soffio di vento, nel racconto del lavoro e della sua vita. E’ l’ora di riprendere l’auto e andare in cantina a sentire i vini e non vediamo l’ora di farlo.
I vini sono tutti a temperatura ambiente, non serve il freddo per mascherare difetti che non ci sono. Basta giusto l’accortezza di un’apertura anticipata per permette alla volatile di andarsene naturalmente. Samuele ne è consapevole e non è preoccupato di raccontarlo. Questi sono i suoi vini e un po di volatile fa parte di loro. Basta solo lasciarli respirare e ricambieranno con profumi suadenti di tutto quello che abbiamo visto in vigna. Per tanti aspetti mi ricorda un vigneron francese conosciuto quest’estate, anche lui Triple “A”. Forse non è casuale.

Si parte dal tradizionale Cinque Terre, vendemmia 2015, 80% Bosco e 20% Albarola. Le pietre taglienti della vigna stanno nel bicchiere a dispetto della temperatura e i cristalli di sale si attaccano in bocca. Se esiste un concetto di terroir allora questo calice ne è la prova. Giallo paglierino molto intenso, dorato e sfavillante. Ginestre e timo, maggiorana, frutta gialla matura e tintura di iodio.



Si prosegue con un rosso sorprendete, “U Neigru”, Cannaiolo e Bonamico. Viola splendente, viole anche al naso, visciole. Fresco come solo un bianco può esserlo e sapido, con un tannino setoso e gustoso. Un vino decisamente espressivo con un sorso che non lascia scampo alla bottiglia.



Ecco il primo Sciacchetrà, quello tradizionale che usa il legno per l’affinamento. Appassimento fino alla metà di Novembre in parte su graticci e in parte appesi. Sgranatura manuale degli acini migliori, fermentazione spontanea e circa un mese di macerazione. Affinamento in piccole botti di ciliegio, castagno, pero e acacia per circa 1 anno per finire a decantare in inox fino alla giusta chiarifica. Un tripudio di aromi di Fichi e fichi d’india, di albicocche essiccate, di datteri, di miele, di cannella, noce moscata e maggiorana. Un sorso teso e fresco e allo stesso tempo dolce e profondo, mai in affanno grazie alla freschezza immensa. Un piccolo capolavoro di equilibrio ed eleganza.



Segue la versione in anfora, assolutamente uguale salvo per l’affinamento che viene eseguito in una grande anfora di terracotta. Sorprendentemente diverso, non tanto per gli aromi quanto per la loro delicatezza, per l’eleganza di un sorso gentile, morbido, pulito, cristallino. Se la finezza era quello che si cercava, l’anfora l’ha donata senza compromessi.



Finiamo in bellezza con un passito da uve rosse, “Rinascita”. Cannaiolo e Bonamico che subiscono la stessa sorte e metodo di appassimento e affinamento delle uve bianche dello Sciacchetrà. Uno Sciacchetrà rosso, in tutto e per tutto. Complesso e affascinante dove il frutto è rosso e sotto spirito, etereo, che si arricchisce di spezie dolci e di erbe aromatiche.



Grazie è niente !

La giornata è volata via così piacevole che è difficile trovarne altre. La differenza la fa Samuele, la sua passione, il suo carattere e il suo sorriso cordiale che si diffondono piacevolmente negli aromi dei suoi vini.
La prossima volta che venite da queste parti non fatevelo dire due volte, chiamatelo e fissate un appuntamento. Solo in questo modo riuscire a comprende la natura di un supereroico vignaiolo autentico.




domenica 11 dicembre 2016

Montalcino gli ultimi vent'anni nel bicchiere - Azienda Agricola Innocenti




6 dicembre, una magnifica giornata di sole, un gruppo di amici appassionati.

Destinazione Montalcino, Frazione Torrenieri, Località Citille di Sotto, all'estremo dei terreni del comune.

Colline dolci che guardano Montalcino, circa 400metri s.l.m. con vigne ben esposte a sud. Azienda familiare dei fratelli Massimo e Gianni Innocenti che ci aspettano cordiali come sempre, insieme all’enologo dell’azienda, per una fantastica verticale di 8 annate di Brunello di Montalcino più l’anteprima della 2012 che tra poco sarà messa in commercio. E come se non bastasse 2 annate di Brunello Riserva e 2 annate lontane tra loro di Vignalsole, il loro IGT che unisce al Sangiovese del Cabernet Sauvignon e del Merlot.
Cinque ettari di vigneto in tutto coltivati nel rispetto degli impianti storici per ottenere il massimo risultato qualitativo. Si è proprio la qualità del prodotto su cui questa famiglia si impegna quotidianamente.



Il Brunello che producono è quello più tradizionale, solo botti grandi da 30hl e affinamenti nel pieno rispetto del disciplinare di produzione. 25/30 mila bottiglie l’anno in tutto tra Rosso di Montalcino, Brunello, Riserva, Vignalsole e un IGT di pronta beva, “Lume”
La cantina è sotto all'abitazione e ci si accede passando dalla sala dove faremo la degustazione. 





L’ordine e la pulizia sono esemplari e Gianni ci spiega che le botti si sono pulite fuori ma soprattutto dentro e il vino durante il suo affinamento viene più volte travasato per permettere di pulire la botte e in questo modo effettuare anche delle chiarifiche naturali. In fondo alla cantina si trovano le Barrique del Vignalsole e due grandi Tonneau dove hanno inizato a fare delle prove di vinificazioni. L’intenzione inoltre è quella di iniziare a breve a vinificare in legno.



E’ la prima volta che Gianni e Massimo organizzano una verticale storica come questa e si vede che anche loro sono emozionati e compiaciuti della nostra presenza. E’ per noi un orgoglio immenso aver avuto la possibilità di confrontarsi con la storia di questa cantina e il percorso che ci aspetta è di assoluto valore

1998, 1999, 2001, 2004, 2006, 2007, 2010, 2011, 2012
Riserva 2007 e 2010
Vignalsole 2003 e 2013

Il tutto accompagnato da salumi e formaggi della zona e da una bistecca di cui ancora porto il ricordo della morbidezza e del sapore della carne.



Ma veniamo al dunque, dopo una breve indecisione optiamo per partire dal vino più giovane per tornare a ritroso indietro nel tempo lasciandoci l’anteprima 2012 per il finale e poi ripartire con le Riserve terminando con il Vignalsole. Non avremmo potuto chiedere le meglio.



Stappature e racconti si susseguono grazie alla gentilezza dell’enologo dell’azienda prodigo di informazioni sulle annate, sul clima, sulle variazioni avute negli anni, su come a partire dagli anni successivi al 2004 il clima abbia cambiato le maturazioni e il risultato.
Questo Brunello è un vino di carattere forte ma caratterizzato da una qualità dei tannini esemplare per finezza e setosità. Un Brunello di grandi estratti, rubino intenso, spesso tendente al granato con una capacità innata di riuscire a mantenere le proprie caratteristiche nel tempo, sia per colore che per luminosità, per struttura e forte carattere. Grande eleganza del sorso sempre presente e soprattutto una pulizia innata che si mantiene negli anni inalterata.


2011 annata 4 stelle, caldissima, maturazioni che raggiungo alte gradazioni alcoliche molto presto e che costringono tanti a vendemmie in anticipo. Ho ricordi dell’anteprima di questa annata dove si trovavano vini freschi e profumati ma carenti di struttura e spesso con tannini che non avevano raggiunto la maturazione fenolica. Questo vino sorprende in questo, rubino molto intenso, con venature granato, di grande carica. Il naso e la bocca se la giocano tutta sul frutto rosso croccante. Lievi accenni balsamici e speziati. Primo incontro di grande soddisfazione con la finezza dei tannini di questa azienda che accarezzano la bocca gustosi senza mai graffiare. Buono equilibrio leggermente spostato su note di grande freschezza e un po’ corto. Nessuno fa miracoli ma questo nei miei ricordi se la cava davvero bene per l’annata e porta con se un’ottima bevibilità.


2010 cresce l’intensità cromatica e anche la gradazione alcolica a vedere dagli archetti fitti che si distendono lunghi sul calice. L’acidità sostiene bene il colore, bello luminoso e vivo, al frutto rosso si aggiungono piccoli frutti neri, le more di rovo e cresce la parte balsamica e speziata con alloro e pepe. Vino di grande struttura con tannini importanti ma mai aggressivi, strati setosi in successione. Un vino che grazie alla annata a cinque stelle e all’ottimo lavoro fatto in vigna e in cantina ha tanta materia da giocarsi che gli garantirà un futuro estremamente longevo. Notevole.


2007 altra annata a cinque stelle, di quelle che non si sbaglia mai quando si stappa una bottiglia di Brunello. Il colore inizia a virare verso il granato senza alcuna ombra di invecchiamento. Luminoso e limpido. Si inizia a percepire una buona carica floreale secca di viole, di pot-pourri “rosso” e il frutto si sposta in maniera importante verso il nero. Prugne e more a far bella mostra di sé. Cresce l’eleganza che si giova dell’affinamento più lungo e ogni casellina del puzzle tridimensionale della bocca si colloca al suo posto. I tannini oramai sono una seta sottile e morbida, avvolgente, lunga la persistenza e ancora una grandissima acidità a sostegno dell’importante struttura. Sembra fatto ieri nonostante l’importanza del sorso. Secondo solo ad un immenso 1999.

2006 ancora un cinque stelle che a volte si manifesta in maniera controversa per gli assaggi che ho fatto nel tempo. Questa bottiglia sta sicuramente nella parte di valore dell’annata. Si conferma la forte intensità cromatica oramai quasi completamente granato e solo un piccolo accenno sull’unghia verso l’aranciato anche se dalla brillantezza non si direbbe certo che ha già dieci anni. La parte olfattiva e gustativa si è spostata decisamente verso i terziari, si attenuano le note fresche e si sostituiscono meravigliosamente col tabacco, col pepe, con una speziatura importante che arriva fino alla liquirizia. Consueta trama tannica importante ma di grande eleganza e un’infinita acidità a sostegno.


2004 ancora due anni indietro, ancora cinque stelle, L’intensità del colore è immutabile e sorprendente, il naso invece un po’ tradisce e tende a non voler emergere, timido e chiuso, austero. La bocca regala qualche emozione in più e la finezza non manca anche se la struttura è più esile rispetto alle annate precedenti. Vino comunque perfettamente integro in tutte le sue componenti.

2001 quattro stelle di un’annata di qualità con qualche problema, vini che alla loro uscita soffrivano del loro essere monolitici e con tanni duri e spigolosi, spesso verdi. Il tempo ha fatto bene anche se in effetti rispetto ad altre annate più giovani e alle due che sentiremo dopo, un certo calo si percepisce. Eccellente comunque la tenuta, grande luce che sprigiona da un colore sempre più intenso e granato. Le note evolutive crescono e spicca soprattutto un profondo assenzio. Struttura sempre importante a dimostrazione dell’ottima forma in cui si trova. Per essere figlio di un “dio minore” riesce a distinguersi comunque bene.


1999 fa un po’ impressione tornare indietro, prima del 2000, prima del millennium bug che ha fatto impazzire il mondo senza per fortuna creare alcun danno. Ancora 4 stelle ma la stoffa qui è altra e la soddisfazione cresce in maniera esponenziale. Se colore e luminosità sono una costante come sempre ad altissimi livelli, il naso torna ad essere esplosivo e complesso, ricco di mille sfumature terziarie sempre pulite e nette. Struttura e parte tannica ancora lanciate in uno splendido sorriso, Bocca elegante e lunghissima. Se non ci fosse la data sull’etichetta sono certo che lo avremmo battezzato tutti molto più giovane delle due annate precedenti. La miglior bevuta di tutta la batteria.


1998, la prima bottiglia fa le bizze, ma può capitare, non è certo un problema, il naso è abbastanza sporco e spostato su profumi della terra, del metallo rovente, del vegetale cotto e profondamente ematico. La seconda bottiglia è quasi perfetta, rimane solo una leggera sensazione terrosa, umida, ma bel integrata nel bouquet del vino. Annata che era ancora un quattro stelle ma che come la precedente, se si esclude la leggera difficoltà evolutiva, ha un grandissimo carattere.


2012 cinque stelle lusso, da quello che ho avuto il piacere di sentire per ora come anteprime probabilmente migliore della 2010, e già dirla così sembra un’eresia. Il colore torna al rubino ricco e di grande carica. Il frutto è profumato e ben integrato con un parte floreale fresca. I profumi balsamici delle terre di toscana escono freschi dal calice e il sorso fresco e sapido sorprende per il buon equilibrio di cui già dispone. I tannini…oramai avreste dovuto capirlo…Innocenti li doma alla perfezione, non alterandole la grande struttura ma rendendoli lisci e ben levigati. Quando posso venire a cantina a prendere qualche bottiglia ???

Passiamo alle due riserva, giusto per non farsi mancare niente.



2010 vi posso solo dire che alla fine ho comprato una magnum tanto questo vino dona gioia a chi lo beve. La complessità regala profumi nuovi a ogni sorso e la bocca si arricchisce di una grande armonia. Un vino all’ennesima potenza

2007 a differenza di quello in batteria si colloca leggermente sotto alla 2010 pur rimanendo un’ottima bevuta. Ma potrebbe semplicemente essere una bottiglia in una fase di rilassamento e non mi meraviglierei se magari tra un anno le valutazioni si fossero invertite.


Note generali :

i vini dei fratelli Innocenti li conoscevo come tipologia, vini di grandi strutture, importanti. Quello che non conoscevo è la longevità, la capacità di mantenere inalterato nel tempo il colore, la struttura e la freschezza. Bere un 1999 come un ragazzino lascia piacevolmente sorpresi a ennesima prova se ancora ce ne fosse bisogno che il Brunello, lavorato con maestria, è un vino immenso che nel tempo migliora senza alcun timore per gli anni che passano.
L’ospitalità di questa cantina è smisurata, sembrava di essere in famiglia e non da un produttore. E non serve aggiungere altro.
Non sarà facile potersi confrontare ancora a breve con una batteria di vini di questo spessore e non posso che essere felice di essere stato presente.

Arrivederci alla 2012.





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Wine Lover and Champagne addicted. Da tutta la vita si destreggia e sopravvive tra hardware e software di tutte le specie, che sono poi la sua vita imprenditoriale. Ha trovato rifugio nel mondo del vino in tutte le sue declinazioni ludiche e si distrae in vari ambienti “social”.